Uno sguardo diverso

8. All’alba della rivoluzione neoliberista

© Tutti i diritti riservati all’autore | Marco Moroldo ottobre 2020

 

In alcuni dei miei scritti precedenti ho già descritto, sia pure in modo molto sintetico, i principali elementi costitutivi del keynesianismo, il modello socio-economico che ha dominato l’Europa occidentale nel trentennio successivo alla seconda guerra mondiale. E ho anche già spiegato come questo modello sia stato messo in discussione e progressivamente marginalizzato in seguito a quella che si può definire rivoluzione neoliberista degli anni ’80.

Questo articolo riprende di nuovo lo stesso argomento, però si prefigge in modo specifico di individuare gli avvenimenti storici e i mutamenti socio-economici che possono aver costituito le premesse di tale processo. I quali, in misura significativa, hanno luogo durante il decennio precedente, ovvero gli anni ’70.

La questione è senza dubbio molto complessa, e non può certo essere esaurita in poche righe. D’altra parte, però, è una tematica di importanza fondamentale per capire l’attuale contesto economico e politico. Inoltre, c’è evidentemente anche un interesse di tipo teorico, nel senso che i meccanismi che sono entrati in gioco in questo caso particolare possono valere anche per altri tornanti storici.

Fatte queste considerazioni introduttive, cerchiamo ora di identificare quelle che potrebbero essere le premesse della rivoluzione neoliberista. Si possono esaminare i fatti da prospettive molto diverse. Per brevità, qui mi limiterò a quella economicistica e a quella geopolitica, facendo solo alcuni cenni alle questioni più specificamente sociologiche e politologiche. Mi servirò del confronto con il trentennio precedente come mezzo per mettere in evidenza gli elementi più importanti del cambiamento.

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Iniziamo, allora, con l’analisi economicistica. Di nuovo, qui di cose da dire ce ne sono molte. Per non appesantire il discorso, considererò solo i due fenomeni principali che contraddistinguono gli anni ’70, e cioè (1) la brusca decelerazione dell’economia e (2) il forte aumento dell’inflazione. Consiglio questa pagina a chi fosse interessato a ulteriori approfondimenti.

Per capire quanto è drastico il rallentamento economico basta un solo dato: dopo un trentennio caratterizzato da valori di crescita media annua del 4-5%, si passa a valori prossimi al 2%1. Tale dinamica è innescata da una molteplicità di fattori, tra cui innanzitutto quello demografico: a seconda dei vari paesi, infatti, il cosiddetto “baby boom” termina durante gli anni ’60 o all’inizio degli anni ’70.

Ora, ne “Il capitale nel XXI secolo”, Thomas Piketty spiega che l’aumento della popolazione costituisce un elemento determinante della crescita, stimando che possa averne rappresentato il 40-45% circa negli ultimi due secoli2. Alla luce di questa evidenza, quindi, appare chiaro che la fine del baby boom è sufficiente di per sé a frenare in maniera rilevante l’espansione dell’economia.

Sempre secondo Piketty, poi, la decelerazione degli anni ’70 potrebbe anche essere interpretata come una semplice dinamica di convergenza nei confronti degli Stati Uniti. L’Europa, dopo un drastico rallentamento economico tra le due guerre mondiali, entra in un periodo di “catch up” di tipo ovviamente espansivo. In questa ottica, tale espansione concluderebbe appunto a metà anni ’70.

Esaminiamo invece ora il secondo aspetto, e cioè l’aumento dell’inflazione. Un esempio perfetto è quello dell’Italia, dove si passa grossomodo da valori vicini al 3,5% annuo negli anni ’60 a valori di quasi il 15% negli anni ’70. Situazioni analoghe, comunque, valgono per quasi tutti gli altri paesi europei. La cosa si considera in genere conseguenza dello shock petrolifero scatenato dalla guerra del Kippur (ottobre 1973). Che contribuisce, ovviamente, anche al già citato rallentamento della crescita.

Riassumendo, ciò che si verifica in Europa a metà anni ’70 è una combinazione di bassi livelli di crescita ed elevati livelli di inflazione. Si tratta di una situazione inedita su larga scala, anche se di fatto già osservata nel Regno Unito durante gli anni ’60, dove si era parlato di “stagflazione”.

La difficoltà di affrontare tale condizione seguendo le teorie di Keynes, secondo le quali inflazione e stagnazione non si possono presentare in contemporanea, porta molti economisti dell’epoca a rimettere in discussione in toto questo approccio, giungendo a considerarlo oramai sorpassato e a ritenere necessario un ritorno alle teorie neoclassiche.

Negli anni successivi, la stagflazione viene ampiamente studiata dal punto di vista teorico. Vengono proposte numerose interpretazioni del fenomeno, trovando però solo in parte soluzioni efficaci. Questo, però, è un argomento che va trattato in un’altra sede.

C’è invece un’altra cosa su cui voglio concentrarmi adesso. La stagflazione, per quanto grave fosse, avrebbe potuto essere considerata comunque una situazione transitoria. La quale, pertanto, al di là della complessità del momento storico, non avrebbe richiesto di per sé la revisione di tutta l’architettura del sistema. E, di fatto, ci sono anche degli economisti che considerano che la cosa si possa interamente spiegare in termini keynesiani3.

Il punto, però, è che i neoliberisti la usano come cavallo di Troia per imporre uno dei principi a loro più cari, ovvero il primato del controllo dell’inflazione rispetto alla piena occupazione, ragionando qui nei termini della curva di Phillips.

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Il tema è così importante da richiedere una digressione ad hoc. Oggi, l’opinione pubblica vede nell’inflazione un male assoluto. In economia, però, nessuna situazione è di per sé assolutamente positiva o negativa. L’inflazione, ad esempio, è negativa per i risparmiatori e per i lavoratori dipendenti in assenza di meccanismi di adeguamento salariale. E’ negativa per i creditori e positiva per i debitori.

Approfondiamo quest’ultimo concetto, cercando di capire perché l’inflazione è positiva per i debitori. La questione è semplice: in presenza di inflazione, un debito contratto in un certo momento si riduce progressivamente in termini di valore reale. In questa ottica, è evidente che controllare l’inflazione è vantaggioso per i creditori, cioè le banche, mentre è svantaggioso in generale per i debitori e, quindi, per gli stati, in particolare se questi ultimi presentano livelli di debito pubblico elevati.

Non è un caso, quindi, se il neoliberismo punta tutto sul controllo dell’inflazione. Questa dottrina, infatti, difende esplicitamente le banche e la finanza e attacca in tutti i modi i lavoratori. Inoltre, il neoliberismo si pone l’obiettivo programmatico di indebolire e ridurre il peso dello stato. Da questo punto di vista, avere debiti pubblici elevati è utile, perché diventa una scusa per tagliare la spesa.

Fatte queste considerazioni, va sottolineato che gli aspetti economicistici non si esauriscono certo a questo elenco. Tanto per fare un esempio, un altro fattore che contribuisce alla riduzione dei tassi di crescita durante gli anni ’70 è la saturazione dei mercati dopo un periodo di lunghissima espansione.

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Veniamo adesso alle considerazioni geopolitiche. La complessità del periodo è tale che un esame esaustivo richiederebbe troppo spazio. Analizzerò quindi solo alcuni avvenimenti di particolare rilievo.

Va detto innanzitutto che molti dei fatti più inquietanti e violenti degli anni ’70, più che essere premesse della rivoluzione neoliberista, ne costituiscono piuttosto gli esordi, in particolare se assumiamo una prospettiva internazionale e non centrata unicamente sull’Europa.

E’ il caso del colpo di stato orchestrato da Augusto Pinochet in Cile (settembre 1973), in seguito a cui molti altri paesi dell’America latina diventano delle dittature, e che rappresenta un monito nei confronti di qualsiasi altra nazione con simpatie socialiste. Anche gran parte degli episodi accaduti in Italia durante gli anni di piombo possono essere interpretati in questo modo.

Al di là di ciò che ha luogo effettivamente negli anni ’70, comunque, l’avvenimento più rilevante dal punto di vista della rivoluzione neoliberista si verifica un po’ più tardi, anche se le dinamiche che lo innescano risalgono a molto tempo prima.

Credo sia abbastanza chiaro che mi riferisco alla caduta dell’Unione Sovietica (dicembre 1991), che mette fine in modo drammatico al sogno comunista. Di colpo, tutte le idee di uguaglianza, solidarietà e progresso sociale sembrano perdere credibilità agli occhi dell’opinione pubblica, riducendosi a pura utopia e giungendo a essere viste come qualcosa di polveroso e anacronistico.

Il crollo dell’URSS, poi, contribuisce in modo specifico alla messa in discussione del welfare nell’Europa occidentale. Se, nel dopoguerra, questa forma di governo conosce uno sviluppo particolarmente importante proprio in questa area, lo si deve in larga parte alla necessità di evitare cedimenti al richiamo delle sirene comuniste. Considerazione che, peraltro, si potrebbe estendere al limite a tutto l’approccio keynesiano.

Detto con altre parole: l’Europa occidentale va trattata bene affinché non sia tentata di guardare ai paesi del patto di Varsavia. Nel momento in cui questo blocco cessa di esistere, tale trattamento di favore non è più necessario, e la si può finalmente abbandonare al libero mercato.

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In definitiva, durante gli anni ’70, i cambiamenti economici e geopolitici si susseguono e si intrecciano in modo rapido e intenso, configurando una rottura profonda rispetto al trentennio precedente.

Il neoliberismo ne approfitta in modo spregiudicato, forzando un ripensamento radicale del sistema che, molto probabilmente, non era affatto inevitabile o poteva avere luogo in modi diversi. Viene applicata alla lettera la cosiddetta “shock doctrine”, secondo cui il modo migliore per imporre riforme controverse in ambito socio-economico è creare una situazione di falsa urgenza. In genere, si approfitta di un certo contesto e lo si dipinge in modo esageratamente drammatico agli occhi dell’opinione pubblica.

C’è un altro aspetto fondamentale da considerare. Se gli anni ’70 rappresentano una fase storica eccezionale, il trentennio che li precede non è certo da meno. Le dinamiche già citate, come l’espansione economica, la crescita demografica, la struttura dei mercati, il costo dell’energia e l’equilibrio tra le superpotenze mondiali rappresentano una combinazione di fatto irripetibile.

Questo dovrebbe far riflettere molto coloro che portano l’Europa come esempio del successo del capitalismo moderno. I livelli straordinari di benessere, sviluppo e uguaglianza che caratterizzano il continente si devono più a una concomitanza di circostanze storiche4 che al capitalismo in sé stesso, soprattutto quando viene declinato nelle sue versioni più violente. Come cioè sta accadendo oggi.

Tutto il mio ragionamento è centrato sull’Europa occidentale, che resta ancora, nonostante tutto, una vera e propria oasi felice dal punto di vista dello sviluppo sociale. Chi vuole vedere che cos’è davvero il capitalismo neoliberista ha l’imbarazzo della scelta. Al di là delle sacche di povertà e sfruttamento sempre più consistenti che si sono aperte anche da noi negli ultimi decenni, si può guardare al caso dei paesi che hanno scatenato la rivoluzione neoliberista, come il Regno Unito o gli Stati Uniti. Oppure, in modo ancora più esasperato, all’America latina. E, di seguito, alla maggior parte dei paesi del globo. Tutti esempi che mostrano in modo palese l’aggressività e la violenza di questa dottrina.

 

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  1. A tale proposito, si veda ad esempio questo articolo.
  2. Si vedano, ad esempio, le pagine 120-121 dell’edizione di Bompiani.
  3. Si veda ad esempio che cosa scrive il politologo ed economista Benjamin Studebaker in questa pagina.
  4. Fatte le debite differenze, condizioni simili possono essere identificate anche in altre parti del pianeta. Si veda, ad esempio, questo articolo sull’Australia.

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